Con il termine Credit Crunch o stretta del credito, si indica un calo significativo dell’offerta di credito al termine di un prolungato periodo espansivo, in grado di accentuare la fase recessiva.

Vuol dire ‘stretta creditizia’, e può emergere dagli spontanei andamenti dell’economia o essere provocata dalle autorità monetarie.

Il credit crunch avviene solitamente al termine della fase di espansione, quando le banche centrali alzano i tassi di interesse al fine di raffreddare l’espansione ed evitare il rischio inflazione, spingendo gli istituti di credito ad alzare i propri tassi di interesse e chiudendo l’accesso al credito per chi non può permettersi la spesa. In altri casi, può avvenire che, sull’onda di fallimenti bancari e ritiro della liquidità, le banche applichino una chiusura del credito per evitare esse stesse il fallimento.

Nella crisi finanziaria iniziata nel 2007, quando la Banca Centrale Europea ha offerto finanziamenti alle banche europee per importi molto elevati a tassi bassissimi, le banche prenditrici sono state accusate di avere utilizzato tale liquidità in gran parte per acquistare titoli pubblici, contribuendo così alla sostenibilità dei rispettivi debiti pubblici, ma non alla crescita delle imprese. Le banche hanno risposto ridimensionando l’entità del fenomeno, sottolineando inoltre che la situazione recessiva aveva diminuito la domanda aziendale di credito, e che molte richieste erano pervenute da imprese non in possesso di requisiti idonei per ricevere credito. Analoga situazione si verificò in Italia negli anni 1970-80 quando i provvedimenti delle autorità monetarie avevano favorito il sostegno del debito pubblico, con conseguente spiazzamento delle imprese private.

A seguito della stretta del credito, possono verificarsi fallimenti sia di banche che di imprese e famiglie debitrici. I mancati pagamenti che vengono a crearsi, e gli eventuali fallimenti, si traducono in pignoramenti dei beni ipotecati a garanzia dei crediti, e un aumento delle proprietà in capo alle banche.


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